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  • La storia della Tipografia Graffietti – Stralci del diario di Nonno Vittorio

    Foto di diario della storia della tipografia Graffietti

    Stralci di Vita tratti dal Diario del Nonno Vittorio Graffietti

    Ai nipotini:

    Sofia
    Giorgio
    Ester
    Eva

    ……………

    Una mattina come tante, mentre mi trattenevo
    in casa, con i miei nipotini, in attesa del pranzo
    che la nonna stava preparando,
    la nipotina più grande mi chiese:
    “Nonno ci racconti la tua vita?”

    “Vi racconto, in breve,
    la storia della Famiglia Graffietti
    e della Graffietti Stampati”.

    Sono nato nell’aprile del 1942 a Montefiascone.
    La famiglia era composta dalla mamma,
    dal babbo e dal nonno; eravamo una
    famiglia povera, abitavamo in affitto,
    in un agglomerato di case, al terzo piano.

    La nostra casa era la più fatiscente del vicinato,
    malandata, i mattoni del pavimento
    si spostavano sotto i piedi.
    L’acqua dal tetto entrava in abbondanza.
    Non c’era il bagno, non c’era il lavandino
    e neanche il riscaldamento.
    Una semplice lampadina, spostandola, con un
    lungo filo, illuminava il tutto, cucina e camera.
    Durante i temporali avevo paura crollasse tutto.

    Arrivarono in breve tempo altre due sorelline
    e la mancanza di lavoro a tempo pieno, sia del
    babbo che della mamma, rendeva la vita sempre
    più difficile.
    Era appena terminata la seconda guerra
    mondiale e crescevamo tra molti stenti.

    Della guerra ho un ricordo:
    un bel giorno, seduto sullo scalino dell’osteria
    di fronte alla mia abitazione, mi stavo godendo il sole del mattino,
    quando ad un tratto si fermò una colonna
    di mezzi militari,
    non so dire se fossero italiani o stranieri.
    Alcuni militari scesero dai mezzi ed entrarono nell’osteria.

    Uno di loro ritornò indietro,
    salì sulla camionetta, prese una pagnotta di pane e una stecca di cioccolato
    e me li mise tra le mani.

    Li afferrai, attraversai la strada e felicissimo
    consegnai il tutto alla mamma.
    Indimenticabile!

    In casa si dormiva su un pagliericcio di foglie
    di granoturco e la notte si sentivano i topolini
    attraversare il pavimento e, alcune volte,
    anche i nostri corpi.

    La colazione da portare a scuola non era
    sempre disponibile, il pranzo spesso lo facevo mangiando i frutti nelle campagne
    dove insieme ad amici andavo spesso a cacciare con la “fionda”.

    A scuola ero molto bravo, mi piaceva studiare
    e le maestre mi volevano molto bene;
    spesso, durante le lezioni si rivolgevano agli altri alunni dicendo:
    “prendete esempio da Vittorio”.

    Quando frequentavo la seconda elementare,
    a causa di un’indigestione di noci non mature, mi ammalai di paratifo. Fui ricoverato d’urgenza in ospedale, dove rimasi in cura per un mese.

    La maestra si prestò per raccogliere,
    tra i compagni di scuola,
    delle offerte per le mie necessità.

    Ero il più povero della classe.

    L’ospedale era gestito dai Frati Concezionisti,
    il Direttore, Padre Lodovico, mi faceva recitare
    le preghiere giornaliere alla radio
    che era collegata in tutte le stanze dell’ospedale.

    Era l’anno 1950.

    Avevo appena terminato la terza elementare
    e la mamma ritenne necessario
    farmi entrare in Collegio a Viterbo.

    I genitori non riuscivano a sfamarci tutti.

    Avevo soltanto 8 anni.

    Così facendo la famiglia si alleggeriva di una bocca e di questo ne avrebbero beneficiato
    le sorelline più piccole.

    Non fu un piacere lasciare la famiglia, i genitori, il nonno e le sorelline.

    Rattristato, in lacrime,
    entrai nel Collegio della Divina Provvidenza,
    gestito dai Padri Giuseppini.
    Eravamo più di cento, dai 6 ai 21 anni.

    Vivevamo di carità con donazioni di cittadini benefattori. I padri erano molto severi
    e punivano i nostri capricci facendoci saltare
    i pasti: la colazione, il pranzo o la cena,
    a seconda della gravità delle nostre marachelle.

    Non fu facile inserirmi nella vita collegiale
    ma non avevo altra scelta.

    La mamma la vedevo raramente,
    una, due volte l’anno.

    Tanti pianti sotto le lenzuola,
    specialmente i primi giorni.

    Poi, col passare del tempo, feci le prime amicizie ed ebbi il sostegno degli altri bambini
    con i quali condividevo la conduzione della vita
    collegiale.

    Il sabato, spesso, ci mandavano a chiedere
    la carità nei casali di campagna,
    a gruppi di quattro, dovevamo recitare:

    “Siamo gli orfanelli di Viterbo,
    ci date qualcosa?”.

    I contadini, molto generosi, ci regalavano
    uova, salsicce, pancetta e formaggi che noi poi
    consegnavamo al padre che ci accompagnava. Non ricordo di aver mai nemmeno assaggiato
    i frutti di quella carità.

    Al mattino ci dovevamo alzare, recitare
    la preghiera, rifare il letto, lucidare le scarpe,
    lavarci e poi andare a scuola.
    Per colazione una fetta di pane e una tazza
    di latte, ma non sempre erano disponibili.

    Nel pomeriggio studio, poi ricreazione e sport.

    Io diventai il portiere della squadra di calcio
    dei piccoli.
    Dopo una partita importante di fine
    campionato collegiale, il direttore,
    che assisteva, mi disse:
    “Tu sei un piccolo ma grande portiere”.

    Una volta al mese, se ben ricordo,
    ci portavano alla Messa.
    Ogni volta in una chiesa diversa, nei paraggi di Viterbo, e, dopo la celebrazione, ci affidavano
    a una famiglia, che si rendeva disponibile ad ospitarci, per trascorrere una giornata insieme.

    Di solito, ci accoglievano coloro che avevano
    già uno o più figli con i quali giocavamo
    e mangiavamo.

    Io che non avevo mai ricevuto giocattoli
    da nessuno, trascorrevo una giornata diversa giocando con bambini che non conoscevo
    e ospite per un giorno di una vera famiglia,
    di cui sentivo tanto la mancanza.

    Una giornata indimenticabile fu quando
    ci portarono tutti al Teatro Genio di Viterbo,
    ad assistere a una manifestazione.

    Tra i vari artisti si esibì il mio coetaneo
    Virgilio di Viterbo, che, orfano di madre,
    cantò la canzone “Mamma”, suscitando
    in tutti i presenti, una grande commozione
    ed ottenendo un grandissimo successo.
    L’esibizione di questo piccolo grande cantante
    chiuse lo spettacolo, tra gli applausi e le lacrime.

    Non avevo mai visite da parenti,
    soltanto la mamma, per Pasqua e per Natale,
    si faceva vedere per un quarto d’ora.

    Frequenti erano i pianti sotto le lenzuola;
    immaginate un bambino di otto anni da solo,
    senza una carezza, un abbraccio, un bacio,
    una parola di conforto da parte dei famigliari.
    Nulla.

    Passarono così due anni,
    e una mattina di giugno, del 1952,
    mentre mi trovavo a letto, solo, con la febbre,
    nell’attesa che qualcuno mi portasse una tazza
    di latte, e un biscotto; d’un tratto, girandomi tra
    le coperte e guardando verso l’ingresso di quella
    enorme camerata, vidi la figura di una donna,
    accompagnata da un padre religioso.

    Mentre si avvicinava riconobbi mia madre.

    Dopo qualche parola con il padre,
    mi vestì e mi portò all’uscita del Collegio,
    verso il pullman che andava al mio paese,
    a casa mia.

    Che gioia!

    Al ritorno a casa,
    mi ritrovai in un nuovo ambiente,
    ancora più povero del collegio.

    Trovai un’altra piccola sorellina,
    nata durante la mia permanenza in collegio.

    Il nonno era salito in cielo l’anno stesso,
    ma io purtroppo non ero presente.

    Nel 1953 i miei genitori, mi iscrissero alla Scuola Professionale Tipo Agrario.

    Al secondo anno partecipai
    al Concorso Regionale sul tema:
    “Anche gli animali sono creature di Dio”
    e vinsi il secondo premio.

    Durante la premiazione mi fecero notare
    che dalla tasca dei pantaloncini
    mi uscivano gli elastici della “fionda”
    che portavo sempre con me.

    A quei tempi si usava disporre nei banchi
    di scuola, formati da due posti, un alunno bravo vicino a un alunno meno bravo.

    Io avevo per compagno di banco, un bravissimo bambino, molto timido e molto buono.
    Era il figlio unico del titolare della tipografia
    del paese, molto benestante e conosciuto.

    Nacque subito una sincera amicizia tra me e lui.

    Portavo per colazione, e non sempre, un pezzo di pane e mezza mela, l’altra metà era per mia sorella maggiore che frequentava le elementari.

    Diversamente Massimo, questo era il suo nome, portava sempre un maritozzo imbottito
    di cioccolata e spesso me ne offriva metà.
    Era veramente un bravo amico.

    Avevo 12 anni.

    Un giorno Massimo, mi invitò ad andare a casa sua a pranzo.

    Conobbi i suoi genitori, mi presero subito
    in simpatia, erano molto cordiali,
    molto religiosi e buoni.

    Continuarono ad invitarmi e a farmi avere
    dei regali: vestiti, scarpe e maglioni.

    Un giorno il padre di Massimo mi disse che,
    se volevo, potevo recarmi tutti i pomeriggi,
    dopo la scuola, a lavorare nella sua tipografia
    e ad imparare il mestiere di tipografo
    per guadagnare qualcosa.

    Lo dissi ai miei genitori che, contenti,
    mi dissero di andare e così iniziai
    il mio apprendistato.

    La mattina frequentavo la scuola,
    il pomeriggio andavo a lavoro.

    Frequentai la tipografia anche durante
    le vacanze, nel periodo estivo, e ogni volta
    che le scuole erano chiuse.

    Mi piaceva molto e, consapevole di portare a casa, ogni settimana anche pochi soldini,
    mi faceva sentire grande e felicissimo, certo
    di dare un piccolissimo contributo
    alla mia famiglia molto bisognosa.

    Andare a scuola la mattina e al lavoro
    il pomeriggio non mi pesava.
    I compiti li facevo prima di entrare in classe, non studiavo la lezione a casa,
    stavo molto attento alla spiegazione
    del professore durante la lezione
    e non avevo bisogno di ripassare sul libro
    per ricordarmi. Ottenevo anche ottimi risultati.

    Il titolare della tipografia, molto educato
    e rispettoso, mi insegnava con molta pazienza
    e professionalità l’arte della stampa.

    Ero fiero di essere l’allievo dell’unico tipografo del paese.

    Nell’aprile del 1955, mentre frequentavo la terza classe, continuando a lavorare in tipografia,
    purtroppo il titolare si ammalò e dovette
    chiudere l’attività.

    Mi dispiacque tanto e andai a lavorare
    in un laboratorio di lavorazione della lana.

    Dopo alcuni mesi, il tipografo
    mi fece chiamare, chiedendomi di tornare
    al mio posto di lavoro, inquanto l’attività era stata affittata a un signore che aveva bisogno della mia presenza.

    Iniziai a riprendere il lavoro in tipografia
    con il nuovo titolare.

    Purtroppo questo si rivelò caratterialmente
    molto diverso dell’altro, del tutto privo com’era delle più elementari norme di comune
    convivenza.

    Più avanti scenderò anche
    in qualche particolare.

    Avevo terminato gli studi e ottenuto la licenza di terza media.

    I miei genitori, visto che andavo molto bene
    a Scuola, valutarono la possibilità di farmi
    continuare gli studi superiori per ottenere
    il diploma di Perito Agrario.

    Le superiori si trovavano a Bagnoregio,
    e ogni mattina avrei dovuto prendere il pullman, pagare l’abbonamento e smettere di andare
    al lavoro. Visto che non c’erano le possibilità,
    decisero di farmi rimanere a lavorare
    e interrompere gli studi.

    Nell’ottobre 1955 morì il vecchio titolare,
    per me fu un enorme dispiacere.

    La tipografia così fu acquistata dall’affittuario.

    La moglie del nuovo proprietario si arrangiava
    a cucire i vestiti e un giorno mi disse:

    “Vittorio, dì a tua madre di acquistare la stoffa per un grembiule che io ti cucirò, così almeno non ti sporchi di inchiostro gli abiti.”

    Portai la stoffa, cucì il grembiule e per due mesi non vidi alcuna paga.

    Avevo 13 anni e in tipografia già dovevo
    rispettare delle regole ben precise:
    si entrava in tipografia solo per lavoro,
    non era consentito ai famigliari di entrare se non per lavoro, si lavorava anche la domenica fino alle 13, tutti gli altri giorni fino alle 19,
    gli straordinari per i lavori delle imprese funebri
    “Te li fai pagare da loro”, mai percepite.

    Le ferie annuali erano una sola settimana,
    quella di ferragosto, e per le urgenze mi dovevo rendere sempre disponibile.

    Nessun permesso per cerimonie
    e feste famigliari durante i giorni lavorativi,
    insomma una schiavitù.

    Il titolare abitava in un appartamento, in affitto, vicino alla tipografia, al terzo piano,
    circa trenta gradini.

    Una mattina mi disse:
    “Hanno scaricato la legna per la stufa,
    portamela su a casa”,
    erano tanti i pezzi da portare al terzo piano.

    Rimediai due secchi e iniziai,
    sua moglie stava preparando una tavolata
    di dolcetti che emanavano un gradevole odore
    e io ad ogni scarico di legna, attraversando
    la cucina, osservavo il procedimento
    di lavorazione, fino alla cottura,
    sperando di assaggiarne almeno uno.

    Il lavoro si protrasse per parecchie ore,
    i dolcetti erano oramai cotti
    e sempre più profumati,
    la stanchezza aumentava e il desiderio
    di un bicchiere d’acqua con un dolcetto
    si faceva sempre più forte.

    Ebbene quel giorno, non bevvi, tanto meno
    assaggiai il dolcetto.

    Era l’anno 1956. L’anno del “nevone”.

    Cadde molta neve quell’anno,
    le auto non potevano circolare,
    chiunque entrava in tipografia,
    ci allarmava dicendo:
    “Chiudete, andate a casa, non si cammina”.

    Io dovevo fare, a piedi, un chilometro
    per andare a casa.

    Non avevo mai chiesto nulla al “padrone”
    ma quella sera, brutta, veramente brutta,
    gli chiesi di uscire un’ora prima per andare
    a casa almeno fin quando si riuscisse a vedere, perché poi con il buio mi sarei trovato
    in difficoltà.

    Non mi rispose neanche e continuai a lavorare fino alle 19.

    A piedi, con molta fatica, impiegai 2 ore
    per arrivare a casa, zuppo d’acqua e sfinito.

    La neve raggiunse il metro di altezza.

    Ricordo che vi fu in quel periodo,
    non ricordo il mese, l’evento, più volte
    annunciato, di una particolare eclissi solare.

    Fu molto pubblicizzato
    e la gente aspettava tutta incuriosita.

    Ebbene, al momento dell’eclissi,
    i negozianti e coloro che si incontrarono
    a passare in quella zona, uscirono tutti sulla strada, sulle piazze, per vedere ad occhio nudo questo spettacolo unico e irripetibile,
    il cielo cominciò ad imbrunirsi
    e il “padrone” uscendo dalla tipografia,
    accese la luce e si incamminò fuori.

    Accese la luce perché io potessi continuare
    a lavorare, mentre l’eclissi oscurava il sole.

    Durò circa un minuto.
    Cosa dire?
    Avrei perso un minuto di lavoro.

    Durante l’anno varie manifestazioni nazionali, come la Mille Miglia, il Giro d’Italia e altri eventi, coinvolgevano la città di Montefiascone, purtroppo per me, vederle, era una cosa vietata.

    Non mi era consentito perdere un minuto
    di lavoro per nessuna ragione.

    Più volte mi venne l’idea di abbandonare tutto, ma il bisogno di lavorare,
    l’amore per quel mestiere mi trattenne
    anche se a caro prezzo.

    Continuavo a soffrire,
    resistendo grazie al mio carattere
    e allo spirito di sopportazione
    che regnava in me,
    consolandomi nella certezza che un giorno
    si sarebbe aperto uno spiraglio di luce,
    così da porre fine a quelle sofferenze,
    anche morali.

    Lavoravo sostenuto dalla convinzione
    che un giorno sarebbe accaduto qualcosa
    di positivo che avrebbe posto fine
    a quella schiavitù,
    che diventava ogni giorno
    sempre più opprimente.

    Tenevo duro,
    avevo bisogno di aiutare la famiglia.

    A 15 anni, la sera per arrotondare,
    davo una mano nella cabina di proiezione nel cinema del paese.

    Durò otto mesi,
    poi la mamma, vedendomi molto stanco,
    mi fece smettere.

    Stavo compromettendo anche la mia salute,
    chiuso al giorno in tipografia,
    tra gli odori del piombo,
    e alla sera, fino a tarda notte,
    nella cabina invasa dai fumi dei carboni
    della macchina di proiezione.

    Nella casa dove abitavo, nel piano inferiore,
    c’era un anziano che suonava la fisarmonica,
    così frequentandolo mi innamorai
    di questo strumento e imparai a suonicchiarla.

    Ad un certo punto mi ritenni in grado
    di suonare nelle feste di ballo campagnole
    e cominciai a fare serate.

    Per diversi anni, riuscii ad arrotondare la mia
    modestissima paga, suonando la fisarmonica
    nel periodo di Carnevale.

    Il tempo passava in fretta e,
    sempre in cerca di guadagnare qualcosa in più, iniziai a fare il rappresentante di biancheria
    da corredo e poi anche l’agente assicurativo.

    Riuscivo a spizzicare un po’ qua un po’ là
    per poter arrotondare mantenendo il lavoro
    più importante: la tipografia.

    Era l’anno 1960.

    Venne anche la chiamata per il servizio militare.

    La mamma parlò con un comandante
    dell’aeronautica, vicino di casa, il quale promise che avrebbe chiesto la mia assegnazione presso
    il suo comando, così da poter svolgere
    il servizio militare vicino alla mia abitazione.

    Dopo la prima visita,
    per la selezione prima dell’arruolamento,
    mi arrivò un invito, visto che gli esami
    erano risultati soddisfacenti, per partecipare
    al Corso Sottufficiali dell’Esercito.

    Sentii il parere del comandante
    il quale mi consigliò di andare
    alla Scuola Sottufficiali,
    che oltre a darmi il grado militare,
    mi avrebbe permesso di guadagnare qualcosa in più rispetto al soldato semplice.

    Fui mandato alla Scuola di Caserta,
    poi trasferito, dopo il corso,
    al Reggimento Bersaglieri di Novara.

    Fu un bellissimo periodo e, prima del congedo, il Comandante della Compagnia
    mi chiamò in Ufficio per consegnarmi il Premio
    come miglior Sergente.
    Erano soldi, un bell’assegno di 40.000 lire!!!

    Contentissimo…
    un’altra occasione per aiutare la famiglia.

    Era l’anno 1962.

    Finito il Servizio Militare,
    ritornai subito al lavoro, con la speranza
    che il “padrone”, nel frattempo,
    avesse cambiato atteggiamento,
    invece …proprio NO.

    Rassegnato ancora a continuare con quella vita, continuai a lavorare.

    Nel 1966 venne a mancare il babbo Pietro.

    Nel 1967 mi sposai con Antonietta.

    Con le mance degli invitati,
    raggranellammo 70.000 lire e decidemmo,
    di fare un breve viaggio di nozze.

    Partimmo il giorno successivo
    al matrimonio per Roma, ma dopo 3 giorni
    eravamo già di ritorno: si spendeva troppo,
    e quei soldi ci servivano per acquistare ciò che
    a casa ci mancava, per pagare l’affitto
    e andare avanti.

    Ricordo che fummo di ritorno il venerdì
    e il sabato andai a lavorare pensando che
    per quella giornata che doveva essere di ferie,
    sarei stato pagato,
    invece…NO.

    Nel 1968
    nacque il primo figlio Maurizio, a casa.

    Allora non avevamo il telefono
    e una signora vicina di casa
    mi venne ad avvisare
    che da un momento all’altro
    sarei diventato padre.

    Dalla bocca del padrone uscì questa frase:
    “fai presto qui c’è il lavoro da consegnare”.

    Nel 1972
    nacque il secondo figlio, Fabrizio,
    sempre a casa

    e la frase questa volta fu:
    “non perdere troppo tempo, qui c’è da fare”.

    Lavoravo sperando che un giorno
    potesse accadere qualcosa,
    che mi avrebbe fatto uscire da quell’inferno,
    non potevo continuare a lavorare
    in quelle condizioni, era troppo stressante.

    Ogni giorno il “padrone” sfogava
    la sua cattiveria verso i più deboli
    che si trovava davanti, chiunque fossero,
    spesso anche verso i clienti.

    Nel 1973.

    Inizia una nuova vita.
    Avevo atteso 19 lunghi anni.

    Finalmente si accese la luce che desideravo
    da anni, e che mi guidò verso la libertà.

    Una bella sera di Aprile,
    il mese fortunato,
    bussarono alla porta della mia abitazione
    due persone, ne conoscevo una soltanto.

    Li feci entrare,

    la persona che non conoscevo mi disse:
    “Mi ha fatto il tuo nome il Rettore del Seminario,
    io ho una tipografia che ho chiuso perché ormai sono troppo vecchio per lavorare.

    I miei figli non hanno alcuna intenzione
    di continuare il mio lavoro
    per cui ho deciso di offrire la mia attrezzatura
    ad un giovane che abbia tanta voglia di fare;

    mi sono informato e ho avuto il tuo nominativo.

    Cederei tutta l’attrezzatura per 3 milioni di lire”.

    Io risposi:
    “La prenderei volentieri, ma non ho soldi,
    anzi ho 300.000 lire di debiti
    e farne altri 3 milioni mi sembra una cosa
    irraggiungibile.
    Ho paura proprio di non farcela”.

    La risposta fu:
    “Non ti devi preoccupare, ho tutta l’attrezzatura necessaria
    per farti iniziare a lavorare,
    con il lavoro ripagherai il debito.
    Sono sicuro che in un anno e mezzo salderai tutto.

    Se così non sarà rinnoveremo il pagamento
    oltre la scadenza, ma credo proprio che non ce ne sarà bisogno”.

    In quel momento pensai che nella peggiore
    delle ipotesi, sarei ritornato a fare l’operaio.

    A quelle condizioni, accettai.

    Era il mese di giugno. Mandai la lettera
    di licenziamento al titolare e la risposta quale fu?
    “Io ti denuncio…voglio proprio vedere che ci farai
    con quei quattro pezzi di ferro vecchio”.

    Così a Luglio cominciai la mia attività,
    finalmente in proprio.

    Trovai un locale di 40 metri quadrati e iniziai
    a stampare su carta.

    Era nata l’azienda, che portava il mio nome.

    La prima grande soddisfazione dopo una vita
    da giovane schiavo, durante la quale non avevo mai potuto esprimere la mia creatività nel fare
    e nel produrre.

    I clienti dell’altra tipografia non esitarono
    a rifornirsi da me, ero molto conosciuto in zona
    e la maggior parte dei vecchi clienti preferì
    rivolgersi alla mia nuova tipografia.

    Un inizio di grande successo.

    Non avevo limiti di orari, la mia tipografia era sempre aperta, consegnava a tutte le ore.

    Mi feci una vasta clientela in poco tempo.

    I risultati desiderati arrivarono subito e,
    giorno per giorno, mi rendevo conto
    che la vita della mia famiglia
    cambiava in meglio.

    Dopo sei mesi dall’apertura,
    chiamai il generoso vecchio tipografo
    e saldai totalmente il mio debito.

    Si avverò ciò che lui aveva predetto:
    “Sono sicuro che pagherai prima della scadenza”.
    Così fu.

    Dopo dieci anni
    sentii il bisogno di ingrandire il laboratorio
    e così, nel 1983, acquistai un locale
    di 130 metri quadrati,
    nuovi macchinari e assunsi personale,
    per riuscire a consegnare i lavori richiesti
    in tempi più rapidi.

    Proiettato ormai nella crescita,
    acquistai un terreno,
    per la costruzione di uno stabilimento di grande dimensioni, nella zona artigianale
    di Montefiascone, dove avrei potuto installare macchinari di ultima generazione.

    Nel frattempo,
    i figli, terminati gli studi, si inserirono
    a tempo pieno nell’attività della tipografia
    con molto impegno e professionalità.

    Così, insieme,
    decidemmo di fare il grande passo,
    un nuovo stabilimento per la stampa
    di alta produzione e qualità.

    Era l’anno 1995.

    Nel mese di settembre venne inaugurata
    la nuova sede di 1200 metri quadrati,
    della Graffietti Stampati,
    nella zona artigianale di Montefiascone.

    Parteciparono autorità civili e religiose
    e una moltitudine di clienti e amici.

    Per diciannove anni da operaio
    e quarantacinque da lavoratore autonomo,
    non ho mai chiesto
    né alla Previdenza Sociale, né all’INAIL,
    rimborsi per malattia o infortuni.

    Oggi, la Graffietti Stampati,
    realizza stampati di alta qualità,
    con macchinari di ultima generazione
    e personale altamente qualificato,
    a servizio dei propri clienti
    in tutta Italia e nel Mondo.

    Grandissimo
    successo internazionale
    ha ottenuto la pubblicazione
    del catalogo “I capolavori di Fabergè”,
    del famoso orafo russo,
    premiato al Concorso
    “Sappi European Printers”

    della Cartiera numero uno al Mondo.

    ……….

    Cari nipotini,
    questo è stato il percorso
    della vita del nonno Vittorio che,
    con l’aiuto della nonna Antonietta
    e dei vostri padri Maurizio e Fabrizio,
    insieme, hanno collaborato
    allo sviluppo e al benessere
    di tutta la nostra famiglia.

    Continuate nella vita a seguire il nostro esempio,
    fondato sul sacrificio, rispetto, onestà.

    Nonno Vittorio